“Due scialli dall’India: donne e impero nei romanzi di Jane Austen” – Lectio magistralis, prof.ssa Maria Paola Guarducci
Università Roma Tre
Commento di Martina La Motta, Liceo Vian, 5Y
Partecipare alla lectio magistralis tenutasi nell’Aula Magna del Liceo Statale “Ignazio Vian”, incentrata su una lettura in chiave postcoloniale dei romanzi di Jane Austen a cura della professoressa Maria Paola Guarducci, docente di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha significato in primo luogo disporsi a scardinare un malinteso letterario estremamente radicato nella cultura occidentale. Per troppo tempo, difatti, la critica accademica e la cultura di massa hanno relegato l’opera di Jane Austen a una rassicurante, persino claustrofobica, cronaca della gentry inglese di fine Settecento, che si configura come universo elitario, chiuso e scandito da tazze da tè, balli, calcoli matrimoniali e rigide etichette provinciali; insomma, un microcosmo apparentemente impermeabile a tutto ciò che si verificava in quel contesto storico-culturale. In tale panorama, la riflessione proposta dalla professoressa Guarducci ha avuto non solo il merito di mettere in evidenza la capacità della Austen di vedere in maniera critica, ironica e irriverente le dinamiche tipiche di quella parte di società a cui la stessa scrittrice partecipava in modo attivo, ma anche di evidenziare come dietro quella sorta di “bolla idilliaca”, costituita da feste e balli, nella quale i personaggi dell’autrice avevano possibilità di ritirarsi, ci fosse in realtà un mondo che si reggeva dal punto di vista economico-sociale sull’esperienza coloniale britannica, e dunque sul brutale e sistematico sfruttamento delle Indie Occidentali.
Per comprendere davvero il mondo descritto dalla Austen, occorre considerare il concetto di “lettura contrappuntistica”, introdotto nel saggio Cultura e Imperialismo del celebre critico Edward Said, che consiste nel leggere i capolavori europei tenendo conto contemporaneamente sia della storia principale, che della realtà dell’espansione coloniale che la rendeva possibile. Se si legge Jane Austen con occhio vigile e attento a ciò che sembra un’assenza di contesto storico e ai dettagli apparentemente marginali, ci si accorge che il lusso, nonché la pretesa superiorità etica dei protagonisti sono interamente sovvenzionati dal sistema coloniale. Come la professoressa Guarducci ha opportunamente evidenziato, l’esempio più lampante e strutturale risiede in Mansfield Park: la dimora che conferisce il titolo al romanzo, emblema dell’ordine, della compostezza e dei valori patriarcali della civiltà britannica, rischierebbe il collasso finanziario qualora Sir Thomas non intervenisse a risanare i propri possedimenti ad Antigua. E Antigua significa proprio piantagioni di zucchero, il che, conseguentemente, vale a dire schiavismo. Seppur la Austen non mostri mai i campi di lavoro, non descriva le condizioni lì sofferte, il silenzio che cala nella stanza quando la giovane Fanny Price interroga lo zio sulla tratta degli schiavi è assordante e indicativo dell’ipocrisia di una classe sociale che pretende di assurgere a paradigma di cultura e civilizzazione mentre si nutre dei frutti della sottomissione altrui. La professoressa Guarducci, inoltre, ha opportunamente mostrato come l’analisi di tali strutture di potere intrinseche nella società inglese non si limita esclusivamente alla geopolitica macroscopica, ma si riflette specularmente anche nel microcosmo domestico, nella gestione dell’economia familiare, laddove la sopravvivenza, biologica quanto sociale, della donna era radicalmente vincolata al matrimonio. Proprio in quest’ottica l’universo austeniano richiede che da parte dei suoi lettori vi sia una profonda rivalutazione di figure femminili sistematicamente sminuite, incomprese o ridicolizzate, come la madre delle cinque sorelle Bennet in Orgoglio e Pregiudizio. Nonostante spesso liquidata a donna sciocca, isterica, priva di cultura e inconsistente, Mrs. Bennet risulta invece essere l’unica ad aver pienamente introiettato la violenza materiale delle leggi di successione (vincolo che avrebbe privato le figlie di ogni bene alla morte del padre, ereditato piuttosto dallo sgradevole cugino Mr. Collins). La sua ossessione nel maritare le figlie non nasce affatto da frivolezza, ma da un’ansia totalizzante e disperata, condizione e stato d’animo probabilmente da considerare affine a quello della stessa autrice, ben consapevole della precarietà femminile che lei stessa sperimentò in qualità di donna non sposata e finanziariamente dipendente. Un campo d’indagine certamente interessante è offerto dall’analisi delle figure paterne e maschili che, seppur rivestite di cultura e ironia, finiscono per rivelarsi tragicamente inadeguate. Lo stesso Mr. Bennet, talmente brillante e adorato per il suo intelletto distaccato, si rivela spesso non all’altezza del suo ruolo genitoriale nel comprendere e proteggere le figlie ritenute da lui eccessivamente frivole e sciocche, preferendo di gran lunga rifugiarsi nella solitudine della sua biblioteca pur di non affrontare il collasso economico della sua famiglia, rendendo evidente come la “superficialità” della madre riveli così una dolorosa aderenza alla realtà, mentre la suddetta “profondità” dell’uomo non sia altro che un colpevole e narcisistico disimpegno. Proprio qui si innesta la metafora racchiusa nel titolo del saggio della Guarducci: lo “scialle dall’India”, scialle di cashmere, oggetto del desiderio che ritorna spesso nelle trame del tempo, ad esempio in Mansfield Park dove Lady Bertram ne richiede uno in dono, cessa di essere un mero accessorio di moda per farsi trofeo del dominio coloniale. Questo scialle rappresenta difatti un simbolo di un Oriente esotizzato e ridotto a mero ornamento per i salotti di quella stessa borghesia che, allo stesso tempo, considerava i popoli colonizzati come “barbari” privi di logos e di diritto all’autodeterminazione. La Austen così suggerisce sottilmente che la corruzione morale non dimori esclusivamente nelle colonie, ma fermenti ipocritamente proprio nel cuore della stessa civiltà britannica, tra i velluti, i balli e le sue grandi tenute.
In definitiva, questa lectio ha fornito ai partecipanti una chiave di lettura, sia filologica che politica, utile non solo a comprendere meglio l’opera di Jane Austen, ma anche a decifrare la nostra contemporaneità. Rileggere i meccanismi di esclusione e individuare la figura apparentemente nascosta dello straniero in Jane Austen implica, infatti, accorgersi che il confine tra ciò che definiamo civile e ciò che bolliamo come “barbaro” è in realtà una linea estremamente labile, segnata da interessi economici. Nelle opere della Austen molti sono gli indizi che ci permettono di comprendere e ricostruire il contesto storico-culturale in cui i personaggi si muovono, ed è dunque compito essenziale del lettore odierno coglierli, in modo tale da restituire a questa scrittrice straordinaria la profondità che merita.
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