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Il capitano Ignazio Vian e la Resistenza

La storia del capitano Ignazio Vian nel contesto delle vicende della Resistenza.
Breve storia del nostro liceo.

Presentazione e video a cura di: Sofia Agrestini, Cristina Annibale (video-editing), Gaia Pietrelli, Sara Polizzano, Elisa Pompili, Elsa Rallo e Chiara Verbigrazia (5X a.s. 2019-2020)

La figura di Ignazio Vian, umanista, maestro, ufficiale dell’esercito, comandante della Resistenza in quel di Boves, sia di ispirazione per tutti noi, docenti, studenti, cittadini italiani. Il suo coraggio, la sua integrità morale, la sua drammatica, profondissima umanità ne fanno un esempio da imitare e da additare alle generazioni di italiani che verranno. Così egli ha saputo morire, a testa alta, per quell’ideale di patria, libera, giusta, democratica, che, per chi sa vedere, risplende ancor oggi radioso sulle nuvolaglie dell’ignoranza, della grettezza rancorosa, della pochezza morale.

Ignazio Vian fu ucciso dai tedeschi nel tardo pomeriggio del 22 luglio 1944 a Torino. Un sacerdote, che, incurante del rischio nel quale si metteva trasgredendo a ordini perentori, riuscì a salire all’ultimo momento sull’autocarro che lo conduceva dalle Carceri Nuove al luogo del supplizio insieme a cinque altri compagni di pena, poté avvicinarlo in quei momenti supremi e rimase colpito dalla sua forza d’animo e dal fervore di fede con il quale accolse l’invito a offrire cristianamente la sua vita. Senti il desiderio di conoscerne il nome; ma non potendo parlargli in segreto, per la presenza dei soldati di scorta, giudicò imprudente il chiederglielo apertamente; gli altri condannati sussurrarono che era un capitano.

Lo avevano portato fino a l’autocarro dal «Braccio tedesco» delle carceri pallido e stremato per le torture, che aveva subite durante la prigionia e per il recente dissanguamento. Per tutto il viaggio nella città restò assorto e silenzioso, il volto eretto, lo sguardo fisso davanti a sé. Vicino a lui un giovane continuava a lamentarsi e a invocare la mamma. All’inizio di corso Vinzaglio sotto il primo alberto a destra, dove ora è stato eretto un cippo, che i torinesi non lasciano mai senza fiori, i tedeschi avevano innalzate le loro forche. Qui si arrestò l’autocarro nel cerchio formato da autoblinde e carri armati. Al di là di questo schieramento una folla silenziosa sospinta fin lì dai Tedeschi e costretta a sostare perché il castigo fosse esemplare. Quattro prigionieri furono fatti scendere dall’autocarro: le manette e le catenelle con le quali erano insieme legati ostacolavano i loro movimenti. Ignazio si mosse per primo.

Liberati dai ferri, i condannati vennero fatti salire su di un altro autocarro, che attendeva con le sponde abbassate sotto i capestri. Poiché il giovane continuava pietosamente a lamentarsi, chiedendo grazia, uno dei tedeschi gli si avvicinò. «Sono innocente», disse il giovane, «la mia mamma resterà sola, senza aiuto, senza appoggio». Non si comprese la risposta del tedesco; si udirono invece le spietate parole di scherno di un ufficiale italiano della formazione al servizio dei tedeschi. Infilato anche al giovane condannato il capestro, l’autocarro venne messo in moto mentre quattro soldati spingevano nel vuoto le vittime. La loro morte fu quasi istantanea. Il sacerdote raggiunse gli altri due condannati, i quali poco distante, attendevano di essere condotti a morire in un altro luogo della città. Un allarme aereo sopravvenne a disperdere i militari e la folla; i corpi degli uccisi rimasero appesi alla forca fino a notte, quando cessò l’incursione.

Cosi cadeva, a ventisei anni, Ignazio Vian. Il laccio che lo spense non impedì che si udisse chiaramente il suo grido: «Viva l’Italia»; vicino fece eco l’ultima invocazione del giovane alla sua mamma. Cosi cadeva davanti a una folla atterrita, che non conosceva il suo nome, né la sua condizione di soldato, ma non era ignara del significato e del valore del suo sacrificio.

(V.E. Giuntella, Ignazio Vian, il difensore di Boves).

 

 

 

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